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Il medico del lavoro e l’attività in quota: indicazioni operative, rischi e certificati di idoneità

Medici del lavoro e la legislazione circa le attività in quota: anche in questo settore, la normativa a cui il medico del lavoro dovrebbe fare affidamento è ambigua e fumosa.

Pur avendo subito una drastica riduzione, gli infortuni dovuti all’attività lavorativa in quota restano ai primi posti nella graduatoria di tutti gli infortuni, in particolare nel settore delle Costruzioni. Com’è facile immaginare, in molti dei casi (molti di più rispetto ad altre tipologie di infortunio) gli incidenti sono mortali: circa un quinto del totale degli infortuni è un caso mortale ed un caso su sei riguarda i lavoratori stranieri del settore.

Secondo le statistiche, le vittime degli infortuni in quota sono per la stragrande maggioranza di sesso maschile, di età compresa tra 35 e 49 anni e occupati nel Nord d’Italia.

Quali sono le cause più frequenti degli infortuni ad alta quota? O meglio, quali sono i rischi con cui il medico del lavoro si deve misurare? Una della cause più frequenti è sicuramente la perdita di controllo del mezzo (parziale o totale) e/o dell’attrezzatura di movimentazione, seguita da vicino dalla caduta per scivolamento o inciampo; le cadute dall’alto sono causa del 9% degli infortuni.

 

Cosa si intende, per quanto concerne il medico, con “lavoro in quota”?

Nello specifico, il medico del lavoroMedico del Lavoro alta quota si trova a relazionarsi con lavoratori impegnati in interventi su pali, tralicci, scale, tetti, piattaforme mobili, impalcature. In queste condizioni, il percorso di vigilanza e di prevenzione portato avanti dal medico del lavoro si deve certamente focalizzare sull’utilizzo corretto delle attrezzature di sicurezza, dei D.P.I. specifici, dei dispositivi di trattenuta. Più ancora, il medico del lavoro ha il compito di formare i lavoratori.

 

Un’altra parte importante del medico del lavoro coinvolto nella prevenzioni di infortuni in quota è lo sviluppo, in collaborazione con altri esperti, di misure di prevenzione primaria e secondaria: dalla scelta dei dispositivi di protezione individuali progettati in base alle esigenze del lavoratore alla consulenza generale per migliorare le fasi di organizzazione del lavoro.

I problemi per il medico del lavoro affiorano quando si inizia a parlare di sorveglianza sanitaria: sebbene alcune patologie o disturbi diffusi nei lavoratori possano rendere  particolarmente pericoloso il lavoro in quota, non esiste una legislazione che permetta al medico del lavoro di esprimere un giudizio preventivo sulle condizioni dell’individuo, aprendo la strada a potenziali pericoli.

La proposta di ANMA, ente di riferimento per i medici del lavoro in Italia, e l’identificazione di un percorso clinico-anamnestico che permetta di esprimere un giudizio di idoneità già nel corso delle visite mediche previste dal Decreto Legislativo 81/08, facendo uso di strumenti di base quali anamnesi e la visita medica. Se tali strumenti dovessero risultare nella presenza di patologie, menomazioni o difficoltà di carattere fisico, il medico del lavoro deve poter procedere ad ulteriori analisi, garantendo così di ridurre al minimo il rischio di incidenti per l’individuo stesso e per i suoi colleghi.

 

FONTE: http://www.anma.it/wp-content/uploads/2014/04/interno-mcj-1_2014.pdf (D. Bontadi; T. Cassina; P. Patanè; M. Saettone; P. Torri; E. Valentino; MG. Astolf)

Il medico del lavoro ed i rischi dell’asfaltatura: rischi, indagine e risultati

Per i medici del lavoro, le operazioni di asfaltatura costituiscono un ambiente critico sotto molti punti di vista. Vediamo nel dettaglio i rischi che il medico del lavoro deve affrontare.

Per le persone direttamente coinvolte, il lavoro di asfaltatura comporta numerose tipologie di rischio: dal rumore elevato ai carichi pesanti, dagli sbalzi di temperatura alle radiazioni solari, senza contare ovviamente gli effluvi nocivi derivanti dalla presenza di agenti chimici.

In questo senso, il medico del lavoromedico-del-lavoro-bitumi può avvalersi dei risultati rilevati dall’ULSS 12 Veneziana, che ha portato avanti un’attività di vigilanza in ambito di operazioni di asfaltatura. Tale rilevazione ha messo in evidenza svariate carenze in ambito di igiene e sicurezza che riguardano direttamente l’attività del medico del lavoro; in particolare, si è riscontrato uno utilizzo notevolmente limitato di Dispositivi di Protezione Individuali e misure di sicurezza collettive.

Quali sono, nello specifico, i rischi che il medico del lavoro affronta nelle operazioni di asfaltatura? Uno dei principali rischi che il medico del lavoro dovrebbe valutare è quello chimico. Gli addetti all’asfaltatura sono infatti esposti direttamente a Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), sostanze che si trovano in fumi e vapori che esalano durante il riscaldamento del bitume, necessario alla sua applicazione. Il medico del lavoro deve quindi prevenire il rischio di tumore derivante dal contatto con i fumi da bitume.

 

Il medico del lavoro può trovare dati confermati in studi europei e americani, in cui vengono indicati limiti di esposizione entro cui è salutare esporsi ai fumi e le varie tipologie di inalazione.

Un altro fattore interessante per il lavoro del medico competente è l’aumento del rischio di cancro polmonare in lavoratori esposti a fumi di asfalto in associazione con il fumo di sigaretta. Gli studi epidemiologici hanno inoltre rilevato una possibile associazione con tumori di tipo cutaneo e vescicale.

Gli studi sopracitati riportano tra le altre malattie contro cui il medico del lavoro deve proteggere gli operatori la dermatite irritativa da contatto, dermatite allergica, dermatite follicolare acneiforme. L’elenco delle sostanze in cui sono contenuti (in varie forme e quantità) gli Idrocarburi Policiclici Aromatici sono catrame, bitume, oli minerali, eccetera.

Come sempre, il lavoro del medico competente si compone di una fase di verifica del rischio e di una fase in cui vengono prese adeguate contromisure di prevenzione. Anzitutto, il medico del lavoro deve curare la formazione degli addetti, illustrando nel dettaglio i rischi legati all’attività, le conseguenze e le precauzioni da adottare per lavorare sempre in sicurezza, con particolare attenzione alle misure igieniche elementari (lavaggio frequente delle mani, doccia dopo il lavoro e pulizia degli indumenti) e scoraggiando quanto possibile il consumo di tabacco.

I medici del lavoro devono inoltre assistere i lavoratori sulla scelta dei Dispositivi di Protezioni, in particolare quelli per mani e avambracci, che sono le zone più esposte al contatto con i bitumi.

L’attenzione del medico del lavoro deve quindi rivolgersi al cantiere, che deve essere provvisto di attrezzature certificate per il lavaggio delle mani e di tutto il corpo. A questi accorgimenti, il medico del lavoro deve ovviamente abbinare una vigilanza costante.

 

FONTE: http://www.anma.it/wp-content/uploads/2014/04/interno-mcj-3_2014.pdf (Maria Nicoletta Ballarin, Giorgio Carradori, Cipriano Bortolato, Sergio Bontempi, Giancarlo Magarotto, Maria Gregio.

Tutelare chi lavora a contatto con fumi esausti

Come il medico del lavoro può tutelare chi lavora a contatto con fumi esausti di motori diesel

Secondo uno studio della IARC (International Agency for Research on Cancer), i fumi esausti di motore a gasolio sono da considerarsi a tutti gli effetti come cangerogeni: questi risultati riguardano da vicino la figura del medico del lavoro, in particolare in tutti quei casi in cui il medico del lavoro si trova a relazionarsi con ambienti ad alta criticità.

Sono molti, infatti, i settori in cui i motori a gasolio sono utilizzati su base quotidiana per attività lavorative: da quello, più ovvio, dei trasporti a settori quali quello edile, minerario, stradale. Il medico del lavoro deve confrontarsi con gli effetti nocivi di quasi 45 milioni di veicoli alimentati a diesel presenti sul territorio italiano.

Un altro fattore di cui il medico del lavoro deve tenere conto è l’evoluzione tecnologica a cui tali motori diesel sono sottoposti costantemente: con lo sviluppo della tecnica cambiano anche le caratteristiche delle emissioni e gli effetti nocivi per la salute.

Per il medico del lavoro è quindi essenziale definire con precisione quali lavoratori sono a rischio, e come tale rischio vada definito e quantificato. Nell’approccio con l’ambiente di lavoro, il medico competente deve anzitutto procedere a determinare alcuni fattori di natura tecnica, tra cui lo stato di manutenzione dei motori diesel in uso, la frequenza di utilizzo degli stessi e le caratteristiche del carburante utilizzato.

Altri fattori che il medico del lavoro deve tenere a mente sono il punto di emissione (elevato o a livello del terreno? Interno o esterno? con o senza sistemi di abbattimento?), le dimensioni ed il grado di confinamento dell’ambiente di lavoro e, di conseguenza, l’efficienza del sistema di ricambio dell’aria.

L’importanza della questione e dell’attività del medico del lavoro ad essa collegata è, per fortuna,
ufficialmente riconosciuta, anche e soprattutto presso aziende ed enti di grandi dimensioni: in queste realtà i medici del lavoro hanno potuto iniziare e portare avanti percorsi mirati alla rilevazione delle criticità ed allo sviluppo di misure di sicurezza efficaci e integrate nell’attività lavorativa.

Ciononostante, il medico del lavoro deve misurarsi con alcune questioni che restano aperte: ci sono infatti problemi derivanti da una discrepanza fra le misurazioni effettuate in laboratorio ed sul campo;

altri problemi si devono, come già detto, al costante sviluppo della tecnologia ed alla necessità di aggiornamento costante degli standard di rischio.

Il medico del lavoro deve inoltre considerare i problemi derivati dall’esposizione del lavoratore a più ambienti di rischio come anche dalle differenze di età, sesso e condizione patologiche pre-esistenti tra le figure professionali interessate.
In conclusione, le variabili che il medico del lavoro deve considerare sono numerose. Il primo passo da fare è sicuramente informare: il medico del lavoro deve diffondere la conoscenza all’interno del proprio ambiente di lavoro, avvicinandosi al problema con sensibilità, mantenendo un aggiornamento costante e favorire l’apertura alle misure necessarie.

medicina del lavoro e occhiali progressivi per videoterminalisti

Aggiornamento per medici del lavoro su occhiali progressivi per videoterminalisti

Sempre più spesso, il medico del lavoro si trova a relazionarsi con i rischi e le criticità legati all’attività del video-terminalista, una categoria che attraversa trasversalmente sempre più settori. In quali casi il medico del lavoro può consigliare l’uso di occhiali progressivi ai video-terminalisti?

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi?

I lavoratori addetti ai videoterminali, in particolare quelli di età superiore ai quarant’anni, decidono spesso di dotarsi di occhiali progressivi.

Per quanto concerne il medico del lavoro, è bene notare che, essendo quesi occhiali usati per scopi sia professionali che personali, non vengono considerati come Dispositivo Speciale di Correzione.

Ad oggi, gli strumenti per il comfort oculo-visivo come le lenti progressive non sono oggetto di una vera e propria letteratura scientifica a cui il medico del lavoro possa fare riferimento. Esistono degli studi che certificano la presenza di cefalea o di disturbi muscolo-scheletrici fra gli utilizzatori professionali di occhiali progressivi; altri studi si schierano invece a favore, soprattutto nel settore degli optometristi.

In assenza di riferimenti certificati e concreti, il medico del lavoro può rivolgersi direttamente all’utilizzatore finale: i videoterminalisti, stando ad uno studio del 2011, nella maggior parte dei casi sono insoddisfatti dall’utilizzo di lenti progressive.

Al medico del lavoro si presentano quindi alcune questioni: il livello tecnologico raggiunto dalle lenti progressive è sufficiente? Coloro che si schierano a favore o contro l’utilizzo delle lenti sono guidati da ragioni “commerciali”?
Solo rispondendo a queste domande, il medico del lavoro può garantire i necessari standard di comfort e sicurezza oculo-visivo del lavoratore videoterminalista.

Il medico del lavoro deve quindi potersi appoggiare ad un collega specialista, in questo caso un oftamologo (o oculista, ben diverso dall’ottico), che tuttavia dovrà sempre tener conto delle indicazioni del medico del lavoro stesso e delle caratteristiche dell’attività svolta dal videoterminalista (es. tempistiche, modalità, mansioni).

All’oftamologo al quale il medico del lavoro si rivolge viene richiesta la realizzazione di una lente con caratteristiche specifiche, soprattutto nel caso di un occhiale progressivo.
È infatti necessario ricordare che la realizzazione di una lente progressiva realmente efficace, sebbene prescritta dal medico del lavoro, richiede necessariamente l’intervento di un valido optometrista.
Bisogna inoltre tenere presente che difficilmente un’unica lente progressiva è in grado di ottemperare a tutte le esigenze dell’utente. In ogni caso, compito del medico del lavoro è valutarne l’utilità e l’apporto effettivo.

Per il medico del lavoro è fondamentale considerare l’utilizzo che si fa degli occhiali: nel caso di un utilizzo limitato all’ufficio, è preferibile una lente per distanza medio-vicina; l’attività in esterno richiederà invece l’adozione di un occhiale per le media-lunga distanza.

In conclusione, l’utilizzo di lenti progressive per videoterminalisti è sicuramente un’opzione che il medico del lavoro può considerare: sebbene si tratti di uno strumento che presenta ancora evidenti limiti tecnici, costituisce una soluzione di compromesso ottimale, e l’ampia diffusione ne è la miglior prova. È tuttavia necessario che il medico del lavoro coordini la propria attività con quella di ottici e optometristi per fornire al lavoratore lo strumento più indicato per le proprie necessità.
FONTE: Paolo Trau’ http://www.anma.it/wp-content/uploads/2015/06/interno-mcj-1_2015-2.pdf

Il medico del lavoro e gli addetti ai video terminali

Come cambia il ruolo del ​ medico del lavoro ​ nella sorveglianza sanitaria dei videoterminalisti: lo screening ergoftalmologico nel ​ lavoro del medico ​ competente.

Uno dei compiti del ​ medico del lavoro ​ è la “sorveglianza sanitaria”: si tratta di tutte quelle azioni, o “atti medici”, che hanno come scopo la “tutela dello stato di salute e sicurezza dei lavoratori, in relazione all’ambiente di lavoro”.
Il Decreto Legislativo 81/08 e s.m.i. tratta appunto questo argomento: il ​ medico del lavoro ​ è l’unico nel settore a dover portare avanti un’attività di sorveglianza legata a doppio filo alle caratteristiche ed alle modalità del lavoro di videoterminalista.

Nel caso specifico, il ​ medico del lavoro ​ si relaziona con gli addetti al videoterminale, toccando così con tutte le varie criticità ed ai possibili rischi per la vista legati a tale ruolo.
La selezione eseguita dal ​ medico del lavoro ​ deve risultare in una gamma completa e variegata di casi da approfondire con lo specialista: la collaborazione proficua tra quest’ultimo ed il ​ medico del lavoro ​ può risultare in diagnosi precoci, prescrizioni di correzioni ottiche o training ortottico.

Applicato all’attività del ​ medico del lavoro​ , lo screening ha la funzione, piuttosto che di diagnosticare o curare le patologia, di scremare le stesse, lasciando poi libertà di intervento al medico specialista della cui collaborazione il ​ medico del lavoro ​ si avvale.
A seguito del Decreto Legislativo di cui sopra, il ​ medico del lavoro ​ assume un ruolo di coordinamento tra i vari specialisti coinvolti, mantenendo la sua titolarità nell’attività di primo livello. Obiettivo del ​ medico del lavoro​ , oltre alla segnalazione di eventuali criticità nell’attività dei videoterminalisti, è il rilascio/rinnovo dell’idoneità alla mansione specifica.

Per quanto concerne il ​ medico del lavoro​ , nella definizione di “videoterminalista” rientra ogni lavoratore che utilizza “un’attrezzatura munita di videoterminali, in modo sistematico o abituale, per venti ore settimanali”. Queste venti ore devono considerarsi al netto delle interruzioni previste dalla legge e di cui il ​ medico del lavoro ​ deve sempre verificare il rispetto: una pausa (intesa come cambiamento di attività) che deve corrispondere a quindici minuti ogni due ore di applicazione continuativa al videoterminale.

Obiettivo finale della sorveglianza del ​ medico del lavoro ​ è la verifica di assenza di fenomeni di discomfort: in questo modo, il ​ medico del lavoro ​ garantisce il mantenimento dell’idoneità al lavoro del soggetto. La rilevazione del ​ medico del lavoro ​ deve inoltre basarsi da un lato sulle caratteristiche cliniche del lavoratore, dall’altro sulle caratteristiche dei compiti lavorativi a lui assegnati.

Tra gli strumenti a disposizione del ​ medico del lavoro ​ per lo screening ergoftalmologico ricordiamo i test per la refrazione (ovvero la messa a fuoco) e per la motilità oculare (ossia la capacità dei due occhi di lavorare assieme): sono queste, infatti, le funzioni dell’occhio che vengono utilizzate con più frequenza durante attività che richiedono un impegno visivo ravvicinato.

Concludiamo ricordando che l’efficacia, o meglio, l’appropriatezza della sorveglianza sanitaria del medico del lavoro ​ si valuta nel rapporto tra risultati ed obiettivi: in ambito sanitario l’efficacia viene inoltre definita come la capacità di fare le cose giuste alle persone giuste.

FONTE: RUOLO DEL MEDICO COMPETENTE ED EFFICACIA DELLO SCREENING ERGOFTALMOLOGICO DI PRIMO LIVELLO NEL VIDEOTERMINALISTA

di Paolo dott. Santucci

Il medico del lavoro e la valutazione del rischio da stress lavoro correlato

Il ​ medico del lavoro ​ e il rischio dello stress: panoramica e aggiornamento su uno dei temi più attuali del settore sanitario.

È possibile per il ​ medico del lavoro ​ valutare lo stress che si subisce sul luogo di lavoro?
Quali rischi per la sicurezza comporta un ambiente lavorativo ad alto livello di stress?
Quali sono le regole e gli step che il ​ medico del lavoro ​ deve seguire?

A questa e altre domande ha cercato di trovare risposta la Commissione Consultiva Permanente per la Salute e Sicurezza, che in data 17/10/2010 ha tracciato il percorso metodologico di riferimento per il ​ medico del lavoro.

La Commissione, nello specifico, ha deciso per la creazione di un gruppo di valutazione all’interno del luogo di lavoro in cui confluiscano, oltre al ​ medico del lavoro​ , tutte quelle figure direttamente collegate al mantenimento della sicurezza ed alla prevenzione dei rischi.

Si è stabilito che tale gruppo sia costituito come segue: un responsabile di Prevenzione e Protezione, un ​ medico del lavoro ​ certificato e autorizzato, un rappresentante dei lavoratori ed eventuali professionisti esterni. Responsabile e coordinatore del gruppo sarà il datore di lavoro.

Il ​ medico del lavoro ​ e le altre figure professionali hanno l’obbligo di interagire e lavorare fianco a fianco, mettendo a disposizione le proprie competenze ed esperienza con l’obiettivo di avvicinarsi al tema dello stress sul luogo di lavoro, eviscerando l’argomento in ogni suo sfumatura.

Una volta stabiliti gli altri membri del gruppo, il ​ medico del lavoro ​ procede con questi alla valutazione vera e propria, che deve proseguire in modo minuzioso e sistematico a toccare ogni aspetto dell’attività lavorativa, coordinando le impressioni e le considerazioni di ogni figura coinvolta. Spetta al ​ medico del lavoro ​ il ruolo di “timoniere”: è quindi il ​ medico del lavoro ​ a dover mantenere un saldo collegamento con la realtà dei fatti e le caratteristiche specifiche del settore analizzato, pur senza dimenticare il contesto organizzativo e sociale di riferimento.

Il ​ medico del lavoro ​ dovrà quindi farsi carico del ruolo di facilitatore e dialogatore tra le varie parti.

Inserito in un gruppo il più possibile eterogeneo per esperienze e competenze, il ​ medico del lavoro ​ ha inoltre la possibilità di portare avanti un’analisi di eventi e/o situazioni rivelatori all’interno del meccanismo aziendale, operando sempre con un visione sistemica.

Tuttavia, un ​ medico del lavoro ​ si trova in queste condizioni solo alla presenza di una dirigenza aziendale predisposta al dialogo interno e attenta alle esigenza dello stesso medico. Il lavoro ​ del gruppo (o talvolta dello sfortunato “singolo” incaricato di sobbarcarsi l’intero impegno) può infatti venir vanificato da scarsa attenzione alle indicazioni dello stesso medico del lavoro ​ o da una mancato impegno collettivo dei vari partecipanti: in questi casi, il ​ medico del lavoro ​ si può trovare a dover gestire un documento di Valutazione del Rischio da Stress Lavoro Correlato superficiale, generico ed in generale privo del minimo approfondimento ​ medico. Un lavoro ​ di tale livello, com’è facile immaginare, verrà facilmente rilevato dagli organi di controllo predisposti alla supervisione.

 

Fonte: Stress lavoro correlato e gli attori della Sicurezza.
L’importanza del Gruppo di Lavoro nel Processo di Valutazione del Rischio da Stress Lavoro correlato

di Massimo dott. Servadio

http://www.anma.it/wp-content/uploads/2014/04/interno-mcj-4_2014.pdf

​ Medico del lavoro – prevenire è meglio che curare

Prevenzione tramite semplificazione: come il ​ medico del lavoro ​ di ieri può diventare il medico del lavoro ​ di domani attraverso l’ottimizzazione delle attività svolte.

La strada per l’efficienza passa per la semplificazione, soprattutto per il ​ medico del lavoro​ : è quanto sostiene l’Associazione Nazionale Medici d’Azienda e Competenti. Certo, parlando di salute e sicurezza sul lavoro, e di tutte le implicazioni correlate, è difficile parlare di semplicità. Non è un caso che lo stesso Segretario Nazionale dell’ANMA abbia precisato

che la semplificazione del mestiere del ​ medico del lavoro ​ non deve assolutamente significare “il venir meno al rispetto dei livelli inderogabili di tutela”.

La professione del ​ medico del lavoro ​ deve quindi conoscere una semplificazione della burocrazia, non un abbassamento della qualità del ​ lavoro.

Il medico​ e la burocrazia non sono mai stati buoni amici, difatti sono state molte le misure adottate dagli organi preposti mirate allo snellimento delle procedure.

La questione “​ medico del lavoro ​ vs burocrazia” assume forme e connotazioni ben diverse nei vari paesi dell’Unione Europea. Sempre secondo l’ANMA, le differenze hanno origini anzitutto da un diverso rapporto tra lo Stato e la figura del ​ medico del lavoro​ : il contesto italiano è, come spesso accade, caratterizzato da una legislazione rigida e burocratica al limite dell’opprimente, in cui la regolamentazione viene imposta tramite un esteso sistema di sanzioni e provvedimenti penali.

L’impostazione europea circa la burocrazia del ​ medico del lavoro ​ si connota per una maggiore elasticità, limitandosi a stabilire dei principi di base e degli obiettivi fissi e rimettendosi poi alla competenza ed alla responsabilità del ​ medico del lavoro​ , che può così organizzarsi secondo le proprie necessità e preferenze per giungere al risultato richiesto.

Un cambiamento del sistema burocratico italiano in questo senso non potrebbe che giovare

alla professione del ​ medico del lavoro​ , con risvolti positivi quali una più rapida e semplice applicabilità delle norme, una maggiore sostenibilità delle stesse e l’aumento della consapevolezza e della responsabilizzazione degli stessi medici del lavoro.

Nel panoramana della semplificazione amministrativa, per la figura del ​ medico del lavoro comincia comunque a muoversi qualcosa. I governi avvicendatisi di recente infatti hanno dovuto prestare orecchio alle critiche provenienti dai vari portatori di interesse, inserendo la figura del ​ medico del lavoro ​ tra quelle interessate dal “pacchetto semplificazioni”, una proposta di legge del 2012 mirata alla semplificazione di adempimenti formali in materia di sicurezza sul lavoro.

Tali misure, come quelle che sono seguite, si sono spesso tuttavia rivelate inadatte a conseguire gli scopi, mancando largamente l’obiettivo e portando anzi ad un acuirsi della pressione burocratica sul ​ medico del lavoro​ , anche a causa dell’imponente impianto sanzionatorio.

Facendosi portavoce del sentire di ogni ​ medico del lavoro​, ANMA ha portato avanti un percorso mirato a a sollecitare una necessaria evoluzione del sistema. Primo passo di tale evoluzione deve vedere il ripensamento dell’impianto sanzionatorio per il ​ medico del lavoro​ , continuando poi con uno snellimento del peso burocratico mirato all’efficienza ed all’elasticità.

FONTE: Rendere più efficace l’attività del medico competente: semplificare per migliorare la prevenzione

di Dott. Ditaranto
Segretario nazionale ANMA

Consigli di un medico del lavoro sui traumi acustici

Traumi acustici sul luogo di ​ lavoro: il medico ​ specializzato e la prevenzione di danni all’udito dovuti all’esposizione a rumori molto forti.

Sordità professionale, o come viene descritta dai ​ medici del lavoro​ , ipoacusia. I disturbi dell’udito hanno origini antiche: con l’invenzione del cannone, cominciarono a manifestarsi i primi casi.

In breve ci si accorse che l’esposizione prolungata a suoni intendi poteva causare danni a lungo termine. I problemi non fecero che aggravarsi con la rivoluzione industriale, anche alla luce del fatto che per decenni gli operai non furono tutelati dalla figura del ​ medico del lavoro​ .

I primi studi approfonditi sui traumi acustici in ambito lavorativo, ancora oggi oggetto di studio dai ​ medici del lavoro​ , risalgono agli anni Settanta: in particolare, lo studio di Baughn analizzò oltre seimila audiogrammi, tracciando le basi di quella che sarebbe diventata la valutazione del rischio professionale. Lo studio di Johnson e Harris, di pochi anni successivo, ha dimostrato come il 36% della popolazione lavorativa esposta a un rumore di 95 decibel presentasse una perdita uditiva di oltre 25 decibel alle frequenze critiche per la voce parlata (500, 1000, 2000 Hz) dopo almeno due decenni di esposizione.

Il compito del ​ medico del lavoro ​ prevede anzitutto la valutazione del rischio nei luoghi di lavoro. Il medico ​ deve quindi valutare le condizioni dell’ambiente rilevando le eventuali fonti di rumore e fornendo sistemi di prevenzione sicuri e concreti.

Nel particolare, il ​ medico del lavoro ​ definisce come “rischio” la possibilità di raggiungimento del livello potenziale di danno derivato da elementi nell’ambiente lavorativo.

La valutazione di rischio acustico da parte del ​ medico del lavoro ​ deve necessariamente tenere presente strumenti quali l’audiometria tonale, ossia la misurazione della capacità uditiva mediante toni puri.

L’esame audiometrico eseguito dal ​ medico del lavoro ​ ha come obiettivo la rilevazione della soglia uditiva del paziente: il ​ medico del lavoro ​ riesce così a capire quale sia l’intensità sonora minima che, ad una determinata frequenza di suono, possa suscitare in una sensazione uditiva. Una volta stabilita la soglia di stimolo, il ​ medico del lavoro ​ può procedere ad una valutazione precisa e scientifica dei fattori di rischio.

Da un punto di vista legislativo, il ​ medico del lavoro ​ deve inoltre saper distinguere tra i concetti di “rischio” e “pericolo”: nel primo caso si parla infatti di una possibilità che l’evento si verifichi, nel secondo caso si parla invece di certezza.

Il ​ medico del lavoro ​ deve inoltre tener conto delle linee guida ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro) secondo cui il rumore in ambito lavorativo non è solo causa di trauma acustico, ma va inquadrato come un agente fisico che può causare un aumento concreto degli altri rischi presenti sul luogo di lavoro, ad esempio rendendo più difficile sentire gli eventuali segnali d’allarme.
Ovviamente, l’attività di prevenzione eseguito dal ​ medico del lavoro ​ protegge il soggetto anche dagli effetti nella vita quotidiana.

Compito del ​ medico del lavoro ​ è quindi prevenire i traumi acustici e le cause di ipoacusia, rilevando i rischi all’interno dell’ambiente lavorativo, facendo uso degli strumenti e dei criteri di valutazione ben definiti.

 

Fonte: Ipoacusia professionale: il contributo dello specialista otorinolaringoiatra.
Spunti teorici e operativi

di Vittorio dott. Emiliani

http://www.anma.it/wp-content/uploads/2013/02/Interno-4-2013.pdf

Oscillazione per la prevenzione

L’Inail premia con uno “sconto” denominato “oscillazione per prevenzione” (OT/24), le aziende, operative da almeno un biennio, che eseguono interventi per il miglioramento delle condizioni di sicurezza e di igiene nei luoghi di lavoro, in aggiunta a quelli minimi previsti dalla normativa in materia (decreto legislativo 81/2008 e successive modifiche e integrazioni).

 

Possono beneficiarne tutte le aziende che:

  • sono in possesso dei requisiti per il rilascio della regolarità contributiva ed assicurativa ed in regola con le disposizioni obbligatorie in materia di prevenzione infortuni e di igiene del lavoro
  • abbiano effettuato, nell’anno precedente a quello in cui chiede la riduzione, interventi di miglioramento nel campo della prevenzione degli infortuni e igiene del lavoro.

Attraverso questo “sconto” si riduce il tasso di premio applicabile all’azienda, determinando un risparmio sul premio dovuto all’Inail.

In base al decreto ministeriale 3 dicembre 2010, che ha riscritto il testo dell’articolo 24 del decreto ministeriale del 12 dicembre 2000, la riduzione di tasso è riconosciuta in misura fissa, in relazione al numero dei lavoratori-anno del periodo, come segue:

lavoratori-anno         riduzione

fino a 10                          30%
da 11 a 50                       23%
da 51 a 100                     18%
da 101 a 200                   15%
da 201 a 500                   12%
oltre 500                           7%

Leggi il testo completo sul sito dell’INAIL

Gli incidenti stradali sul lavoro

Se è chiaro a tutti cosa sia un incidente stradale, non è ancora ben definito che cosa sia una incidente stradale sul lavoro. L’Europa ha definito nella Convenzione di Vienna del 1968 che incidente stradale è detto l’accadimento che si verifica tra veicoli (o animali) e che procura danni a persone. Questo può avvenire in qualsiasi strada o suolo pubblico aperto alla circolazione. Se invece volessimo definire un incidente stradale sul lavoro troveremmo che ogni paese d’Europa si arrangia un po’ per conto suo. Ad esempio in Spagna sono considerati incidenti stradali sul lavoro anche tutti i sinistri avvenuti nel tragitto casa-lavoro. In Gran Bretagna invece il tragitto per recarsi sul posto di lavoro non rientra in questa categorizzazione. In Finlandia, addirittura, l’incidente viene considerato sul lavoro se accade lungo il tragitto più breve dalla propria abitazione al luogo di lavoro.

 

Gli incidenti stradali sul lavoro e, in particolare, i cosiddetti incidenti “in itinere”, ovvero durante il tragitto casa-lavoro, rappresentano una percentuale importante dei sinistri registrati sulle strade italiane. Durante la giornata le statistiche ci dicono che esistono 3 fasce orarie nelle quali si concentrano la maggior parte degli incidenti e queste fasce corrispondono esattamente agli orari di inizio e fine servizio dei lavoratori. Tra le ore 8 e le ore 9 del mattino si verifica la prima concentrazione di incidenti stradali. La seconda fascia oraria a rischio è quella tra le 12  e le 13, che corrisponde grossomodo all’orario di pranzo dei lavoratori. Infine, la terza fascia, che è anche quella in cui si registra il picco massimo di incidenti, è quella attorno alle 18.

 

Ma per capire pienamente la portata del problema è forse necessario considerare alcuni dati. Soltanto pochi anni fa, nel 2009, l’Istat ha rilevato una media giornaliera in Italia di 590 incidenti al giorno. E ogni giorno la media è di 12 morti e 842 feriti. Un bilancio evidentemente spaventoso che, oltre a falciare la vita di moltissime persone, corrisponde anche ad una perdita del PIL del 25%. Di buono c’è da dire che la tendenza è comunque stata positiva negli ultimi quindici anni. Dal 2001 al 2009 il tasso di mortalità sulle nostre strade è diminuito del 40% e quello dei feriti del 17%. Sono cifre senz’altro buone e incoraggianti ma va anche considerato che tutta l’Europa si sta muovendo in questa direzione e ci sono paesi, come la Spagna ad esempio, che sono arrivati ad avere strade molto più sicure delle nostre.

Tra le bizzarrie italiane possiamo annoverare sicuramente la seguente: il decreto legislativo 81/08 non riconosce come luogo di lavoro i mezzi di trasporto ai fini dell’applicazione delle disposizioni di sicurezza. Questa anomalia ha portato negli anni a trascurare l’importanza della medicina del lavoro anche sui mezzi di trasporto e nel lungo periodo gli effetti si fanno sentire. Negli anni 50, infatti, ogni 100 incidenti mortali sul lavoro se ne avevano 150 sulla strada. Nel 2009 ogni 100 incidenti mortali sul lavoro se ne hanno 450 sulla strada. Questo dato è sicuramente dovuto anche alla trasformazione dei veicoli utilizzati ma il rapporto, mutatis mutandis, sembra oggi davvero squilibrato e ci suggerisce che la sicurezza sul posto di lavoro è nel lungo periodo risultata molto più efficace della sicurezza sulle strade.

(Fonte Medico Competente Journal)

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